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LE REGOLE DI CONIUGAZIONE E I VERBI IRREGOLARI

Concetti Generali

La Fonomorfologia si occupa, in parole povere, di quali regole generano parole grammaticalmente corrette: da un punto di vista formale si potrebbe dire che data una stringa alfabetica che rappresenta una parola valida del Vocabolario, le regole fonomorfologiche permettono di derivare dalla sua radice nuove parole, anche esse appartenenti al Vocabolario.
Facciamo un esempio semplicissimo: dalla parola <mangiare> si deriva (io) <mangio> nel seguente modo:
  • prima si leva la desinenza <-are>
  • poi si aggiunge il terminale <-o> tipico della prima persona singolare del modo Indicativo tempo Presente
Una regola un poco più complessa ci serve per derivare la prima persona singolare del modo Indicativo tempo Futuro:
  • levare la desinenza <-are> ottenendo <mangi->
  • aggiungere il terminale tipico <-erò> ottenendo <mangi-erò>
  • levare la <i> ottenendo <mangerò>
Tutto questo, e molto altro necessario per coniugare correttamente il verbo <mangiare>, può essere rappresentato con delle regole formali, che ci permettono, nel caso specifico che abbiamo preso ad esempio, di aggiungere delle desinenze e decidere se dobbiamo mantenere la <i> presente nel tema del verbo <mangiare> o abbandonarla. In questo caso, la <i> ha il solo scopo di ricordarci che la lettera <g> è dolce, e quindi, quando il terminale che deve essere aggiunto al tema <mang(i)> inizia per le vocali <a> ed <o> (o anche <u>, se ci fosse) sarà necessario mantenerla, altrimenti se ne potrà fare a meno. Tutto al contrario per il verbo <allagare> dove la <g> è dura: le regole fonomorfologiche ci diranno che quando la vocale che segue la <g> è una <e> o una <i> occorre aggiungere una <h> per ricordarci che la consonante era dura. Abbiamo così per esempio per ottenere la terza persona singolare del modo Condizionale tempo Presente dobbiamo:
  • ottenere il tema <allag-> del verbo
  • aggiungere il terminale tipico <-erebbe> ottenendo <allag-erebbe> in cui la <g> del tema verrebbo pronunciata dolce
  • aggiungere la <h> al tema ottenendo egli <allag-h-erebbe> per recuperare la corretta pronuncia della <g> dura
Questo è un semplice esempio, ma la materia è complessa, vasta e non del tutto risolta, nel senso che per l'italiano, come per molte altre lingue, non tutte le regole fonomorfologiche sono state formalmente definite. Nonostante ciò queste regole sono intuitivamente note a tutti i parlanti, e anche senza conoscere tutto il vocabolario della lingua italiana siamo in grado di dire ad orecchio se una data parola rispetta queste regole. A questo punto, ci piace ricordare un sonetto di Fosco Maraini, appartenente alla sua collezione Gnosi delle Fanfole, di cui citiamo solo le prime righe ma che potrete trovare sul web (anzi vi consigliamo, se non lo conoscete già, di andarlo a leggere per esempio qui):

Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s'archipatta.


In questo capolavoro di fonomorfologia, a parte articoli ed avverbi, tutte le parole non esitono, ma rispettano le regole fonomorfologiche, e quindi suonano ragionevoli ad un parlante di italiano. Insomma, le regole di declinazione e le regole fonomorfologiche permettono di fare declinazioni corrette sia di verbi che esistono, sia di verbi che non esistono.

la Classificazione Formale dei Verbi

Ci sono molti modi di classificare i Verbi, e tutti questi sono, sostanzialmente, arbitrari. Le classificazioni si riferiscono in genere ad un aspetto particolare del verbo: il suo significato, la sua origine storica, ed altri, ma questa libertà è scelta in modo che la classificazione sia utile per determinate applicazioni.
Per esempio, la primissima e più nota classificazione è quella secondo le tre Declinazioni, in -are, -ere ed -ire. L'utilità di questa classificazione risiede nel semplificare il processo mnemonico di apprendimento delle coniugazioni, perchè tutti i verbi regolari, quindi circa l'80% dei verbi, si uniforma ad uno stesso canone di coniugazione: quello che è riportato nelle cosiddette Tavole di Coniugazione presenti in tutte le grammatiche della lingua Italiana.
Ma anche questa classificazione, familiare a tutti, non è poi così semplice: intanto, assegnamo la II Declinazione anche ai verbi in -arre, -orre ed -urre, che derivano da verbi della II Declinazione latina, come produrre che deriva da (la)producere. E sempre per motivi diciamo così storici, anche al verbo fare, che deriva dal latino (la)facere viene assegnata II Declinazione, anche se termina in -are: infatti le sue forme coniugate sono molto più simili a quelle della II anziché della I Declinazione. Allora dobbiamo ampliare un poco la nostra iniziale semplicissima regoletta e dire che:
  1. i verbi italiani che terminano in are appartengono alla I Declinazione,
  2. i verbi italiani che terminano in (e|[aou]r)re appartengono alla II Declinazione,
  3. i verbi italiani che terminano in fare appartengono alla II Declinazione,
  4. i verbi italiani che terminano in ire appartengono alla III Declinazione.


Ma neppure per il nostro iniziale scopo, ovvero fare riferimento a tavole di coniugazione standard almeno per i verbi regolari, queste regole sono adeguate: i verbi in -ire hanno due forme di coniugazione leggermente diverse, quella che semplicemente leva la desinenza -ire e aggiunge la desinenza specifica del Modo e Tempo appropriato, come <dorm-ire> che si coniuga in

<dorm-o>, <dorm-i>, <dorm-e> etc.,

e quella che per alcuni Modi e Tempi inserisce il gruppo -isc- tra il tema e la desinenza, come <poltrire> che si coniuga in

<poltr-isc-o>, <poltr-isc-i>, <poltr-isc-e> etc..

Quindi, nelle tavole di declinazione dobbiamo anche considerare due forme di declinazione diverse per i verbi della III Declinazione. Ma le cose basta: al verbo fare, poiché deriva dal verbo latino (la)facere, e ai suoi derivati, si assegna tradizionalmente la II Declinazione, perchè segue appunto le forme di questa declinazione. Se consideriamo anche solo questi aspetti, le regolette cominciano a complicarsi:
  1. i verbi italiani che terminano in [^f]are appartengono alla I Declinazione,
  2. appartengono alla I Declinazione anche i verbi italiani che terminano in fare ma non in (arte|assue|contraf|con|dis|lique|putre|ri|rare|soddis|sopraf|stupe|s|torre|tume)fare,
  3. i verbi italiani che terminano in (e|[aou]r)re appartengono alla II Declinazione,
  4. appartengono alla II Declinazione anche i verbi italiani che terminano in (arte|assue|contraf|con|dis|lique|putre|ri|rare|soddis|sopraf|stupe|s|torre|tume)fare,
  5. i verbi italiani che terminano in ire appartengono alla III Declinazione (che ha due tavole di coniugazione standard).


Le cose si complicano, almeno in quanto ad espressione delle regole, se consideriamo verbi come <pentirsi>: nel caso specifico dovremmo aggiungere anche la regola
  1. anche i verbi italiani che terminano in irsi appartengono alla III Declinazione.
e altre simile per le altre declinazioni e per altri pronomi enclitici al verbo.
Non vogliamo criticare uno schema di classificazione dei verbi (quello rappresentato dalle regole 1., 2. e 3.) che ha servito e serve utilmente studenti di tuttte le nazionalità che vogliono apprendere le coniugazioni dei verbi italiani, ma è chiaro che queste regole sono una semplificazione che non risolve adeguatamente il problema della classificazione dei verbi. Per gli scopi di un coniugatore automatico sono decisamente inadeguate...

La classificazione che interessa per questo lavoro è quella che ci permette di coniugare il verbo e di analizzare le voci verbali, e su questa ci focalizziamo: la abbiamo chiamata CLASSIFICAZIONE FORMALE perchè si basa sull'aspetto della stringa alfabetica e sul suo valore semantico. Rinunciamo dunque alla classificazione dei verbi secondo le tre Declinazioni, e aderiamo in modo rigoroso alla impostazione formale che abbiamo preso per guida, dicendo che:
  1. un verbo ha VISTA BASE se termina in ([aei]|[aou]r)re.
  2. un verbo ha VISTA PRONOMINALE se termina in [aeiou]r(ci|lo|la|le|ne|si).
  3. un verbo ha VISTA BI-PRONOMINALE se termina in [aeiou]r((ce|se)(lo|la|le|ne)|cisi).

Questa classificazione, adatta a gestire regole automatiche di coniugazione, non dà adito a confusione (infatti, un verbo non può avere più di un VISTA), ma occorre valutare attentamente quale stringa considerare per rappresentare un determinato verbo, e questo può essere fatto solo sulla base dei valori semantici. Nota: in queste definizioni usiamo la parola VISTA anzichè <aspetto> perchè questo termine è già utilizzato nello studio dei verbi con altro significato, ma nel seguito potremo usare i due termini, quando non vi sia rischio di confusione, in modo equivalente.

1. VISTA BASE

Appartengono a questo gruppo tutti
  • i verbi del tipo [a-z]+([aei]|[aou]r)re.


2. VISTA PRONOMINALE

Appartengono a questo gruppo i verbi che, al gruppo ([aei]|[aou]r)re, tolgono la <-e> finale per sostituirla con un pronome. Quale pronome? In linea di principio, un qualunque pronome dei pronomi personali con funzione di complemento espresso in forma atona (gli, lo, la, li, le, ne, si, mi, ti, ci, vi) si potrebbe prestare allo scopo. Di fatto nella lingua Italiana solo i pronomi (gli, lo, la, li, le, ne, si, ci) hanno questo ruolo, e la regola diventa quindi
  • verbi del tipo [a-z]+[aeiou]r(gli|lo|la|li|le|ne|si|ci)
Ma il problema da risolvere, per chi volesse definire un elenco di verbi che non avesse inutili ridondanze, consiste nel distinguere tra un verbo realmente di VISTA PRONOMINALE da una forma verbale enclitica di un verbo che ha VISTA BASE. Analizziamo questo aspetto della classificazione aiutandoci con alcuni esempi. La stringa <pentirsi> ha ovviamente VISTA PRONOMINALE, e non esiste una stringa che rappresenti lo stesso verbo, ovvero la stessa classe di concetti, ma avente VISTA BASE: la stringa <*pentire> non esiste (o meglio, non esiste più) in Italiano, e possiamo quindi dire che esiste il verbo pentirsi. Diversamente nel caso di <lavarsi>, la classe di concetti sottesa è un sottoinsieme di quella sottesa dalla stringa <lavare>, che ha VISTA BASE, e dunque diremo che non esiste un verbo *lavarsi ma esiste piuttosto il verbo lavare. Questo punto è molto importante: da qualunque verbo transitivo con VISTA BASE può essere generata una nuova stringa pronominale sostituendo la lettera -e dalla desinenza dell'Infinito con il pronome -si, ma questa operazione non produce un nuovo verbo! Abbiamo un nuovo verbo solo quando l'unione degli insiemi dei concetti sottesi dalle due stringhe non coincide con uno dei due insiemi.
Dunque è chiaro che il definire se una stringa rappresenti o meno un verbo è questione assolutamente semantica, e approfondiamo la questione prendendo un verbo come <convenirne>. Il primo punto da chiarire è se sia necessario considerare <convenirne> come un verbo diverso dal verbo <convenire>, che esiste. Il verbo <convenire>, che chiamiamo <007>, si appoggia sulla classe dei significati legati all'idea di recarsi, insieme ad altri che provengono da altri luoghi, in un determinato luogo comune nel quale ci si incontrerà: <siamo convenuti in Piazza San Marco>, per esempio. Ben diverso è il significato di <convenirne>, che chiamiamo <008>, che attiene all'idea di trovare un accordo o un punto di intesa comune, come in <sarebbe stato un errore, ne abbiamo convenuto>. Si intuisce una origine comune tra le due parole, ma la differenza di significato è assai marcata, il primo dei due verbi esprimendo un atto di moto fisico, il secondo una convergenza figurata o intellettuale. Una piccola osservazione: la stringa <convenire> cosa rappresenta? Si deve osservare che essa può essere usata in forme verbali pertinenti al significato del verbo <008>, per esempio dicendo <non è stato facile convenire che si sarebbe fatto un errore>. Qui l'ambiguità derivante dall'usare una forma comprensibile per dare il nome ai VERBI nel senso definito all'inizio di questo lavoro, appare, lasciatemi dire, in tutta la sua drammaticità: diventa difficile dire che il verbo <convenire> nel significato di convergenza di idee o di intenti non esiste. In realtà il formalismo che abbiamo introdotto ci mostra ora la sua efficacia: infatti, per essere precisi, dobbiamo dire che:

<convenire> = nome del verbo <007>,

<convenire> = modo Infinito tempo Presente del verbo <007>, che accidentalmente coincide con il nome del verbo <007>,

<convenire> = modo Infinito tempo Presente del verbo <008>, che non coincide con il nome del verbo <008>.

La distinzione concettuale è così chiara e libera da ambiguità: il verbo <convenire> nel significato di convergenza di idee o di intenti non esiste, mentre esiste la sua voce verbale <convenire>.

3. VISTA BI-PRONOMINALE

Appartengono a questo gruppo i verbi che terminano con due pronomi, come <mettercela> (es. in <ce la metteremo tutta>). Anche qui, le combinazioni di pronomi sarebbero teoricamente tutte, ma di fatto abbiamo tre combinazioni che ricorrono:
  • verbi del tipo [a-z]+[aeiou]rce(lo|la|li|le|ne)
  • verbi del tipo [a-z]+[aeiou]rse(lo|la|li|le|ne)
  • e verbi del tipo [a-z]+[aeiou]rcisi.
I verbi con VISTA BI-PRONOMINALE sono spesso, ma non solo, legati a neologismi e anche in questi casi l'estensore di un elenco di verbi deve determinare se si tratti di un verbo veramente di VISTA BI-PRONOMINALE o se si tratti di una forma enclitica di un verbo avente VISTA BASE o VISTA PRONOMINALE.
A titolo di esempio ne analizziamo uno per tutti: la stringa <darsela>. La forma di questa stringa la classifica come un verbo con VISTA BI-PRONOMINALE. La prima domanda da porsi è se tale verbo esista, o se sia, come nel caso di <lavarsi>, una forma composta di un verbo che potrebbe avere VISTA BASE o VISTA PRONOMINALE. La stringa <dare> sarebbe ovviamente la voce con VISTA BASE corrispondente, ma è chiaro che il significato del verbo dare è assai differente da quello del verbo darsela. Similmente per <darsi>, che potrebbe essere, ma non è, la VISTA PRONOMINALE: infatti darsi ha un significato ancora diverso, e lo consideriamo dunque come un verbo a sè stante . Quindi:
darsi attiene ai concetti di {concedere sè stesso, dedicare sè stesso, ...}
darsela attiene ai concetti di {capire, intuire, immaginare, ...}

Già che ci siamo osserviamo che per quanto riguarda dare siamo di nuovo in presenza di un verbo dai molteplici significati: si dice infatti <dare un esame> dove il verbo dare ha un significato che potremmo chiamare 1dare, e si dice anche <dare un fiore> dove il verbo dare ha un altro significato che potremmo chiamare 2dare: situazione non nuova, e che dal punto di vista della coniugazione del verbo dare non crea problemi, essendo sia 1dare che 2dare verbi transitivi.

4. I Verbi Irregolari

Accanto alle famose 'tre regolette' che abbiamo ricordato all'inizio che si usano spesso per definire a quale Declinazione appartiene un verbo, e quindi quale è la tavola di coniugazione standard che si applica ad esso, si usa tradizionalmente classificare i verbi in regolari (se seguono i canoni), irregolari (se non seguono i canoni e mutano per esempio il tema), difettivi (se mancano di alcuni Modi o Tempi di coniugazione).
Di fatto, allo scopo della coniugazione automatica dei verbi (e dell'analisi automatica delle forme verbali), non è di alcuna utilità distinguere i verbi rispetto alla loro regolarità o meno nella coniugazione. Si introduce invece il concetto di REGOLA FONOMORFOLOGICA che ci dice quali desinenze sono appropriate per un dato verbo e per una data voce di coniugazione. Tali REGOLE possono essere molto generali, ovvero applicarsi a molti verbi, o molto specifiche, ovvero applicarsi ad un numero molto ristretto di verbi, certo è che per ogni verbo di un gruppo fonomorfologicamente simile ve ne sarà almeno una per ogni voce di coniugazione ammessa, e nessuna se il gruppo fonomorfologico in questione è difettivo.
Consideriamo un esempio piuttosto semplice di regola fonomorfologica: un paio di voci della coniugazione dei verbi in [cg]are e [cg]iare. La regola è che si usi la <h> quando occorra ricordare il valore duro della <c> e della <g>, che si perderebbe davanti a vocali come <i> ed <e>: quindi avremo <preg-o> senza la <h> e <pregh-i> con la <h>. E una regola simile ma opposta si applica per i verbi in [cg]iare, che tengono la <i> davanti alle vocali <a> e <o> altrimenti <c> e <g> sarebbero dure, mentre la perdono davanti alle vocali <e> ed <i>, perchè davanti ad esse sono comunque dolci: quindi avremo <baci-o> che mantiene la <i> e <bac-erei> che la perde perche <c> seguita da <e> è dolce.
E' chiaro a questo punto che le regole fonomorfologiche possono essere assai più complicate di queste che abbiamo analizzato, e possono coprire anche le forme cosiddette irregolari dei verbi, anche quelle così irregolari come produrre <vado> da <andare>: il concetto di verbo irregolare, per gli scopi della coniugazione automatica, risulta quindi del tutto superfluo.

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